Napoleone e Federico il Grande: il comandante che l’Imperatore considerava il suo maestro
Esiste una scena che racconta meglio di qualsiasi libro il rapporto tra Napoleone e Federico il Grande.
È il 25 ottobre 1806.
La Prussia è appena stata travolta dalle vittorie francesi di Jena e Auerstädt. In poche settimane l’esercito considerato uno dei migliori d’Europa è crollato davanti al genio militare di Napoleone.
Il vincitore entra a Potsdam.
Tutti si aspettano che celebri il proprio trionfo.
Invece Napoleone chiede una sola cosa.
Vuole visitare la tomba di Federico il Grande.
Non è un gesto politico.
Non serve a impressionare i prussiani.
È il tributo che un grande comandante rende a un altro grande comandante.
Davanti al sepolcro rimane in silenzio.
Poi pronuncia una frase destinata a entrare nella storia.
“Se Federico fosse ancora vivo, oggi noi non saremmo qui.”
È una frase straordinaria.
Napoleone ha appena distrutto l’esercito prussiano, eppure riconosce che con Federico il Grande al comando quella campagna avrebbe potuto avere un esito completamente diverso.
Non è falsa modestia.
È il riconoscimento del valore di un uomo che aveva studiato per tutta la vita.
Per capire questo episodio bisogna tornare indietro di molti anni.
Quando Napoleone non era ancora imperatore.
Non era nemmeno generale.
Era soltanto un giovane ufficiale di artiglieria con un’enorme fame di conoscenza.
Un giovane ufficiale che divorava libri
Molti immaginano Napoleone come un uomo nato già geniale.
In realtà costruì il proprio talento con uno studio quasi ossessivo.
Alla scuola militare di Brienne e poi a Parigi leggeva tutto ciò che riguardava la guerra.
Cesare.
Turenne.
Maurizio di Sassonia.
E soprattutto Federico II di Prussia.
Le campagne del sovrano prussiano erano considerate il massimo esempio dell’arte militare del XVIII secolo.
Napoleone le studiò carta alla mano.
Non si limitava a leggere.
Seguiva gli spostamenti degli eserciti, analizzava il terreno, cercava di capire perché una decisione fosse stata presa e quali alternative sarebbero state possibili.
Era un metodo che avrebbe conservato per tutta la vita.
Anche quando sarebbe diventato lui stesso il comandante più famoso del mondo.
Per Napoleone, la guerra era prima di tutto un problema da risolvere con l’intelligenza.
E Federico sembrava avere sempre trovato la soluzione giusta.
Il re che cambiò il modo di combattere
Quando Federico salì al trono nel 1740, la Prussia era uno Stato relativamente piccolo.
Possedeva un esercito eccellente, ma era circondata da potenze molto più grandi.
Austria.
Russia.
Francia.
Per sopravvivere non bastavano più il coraggio o la disciplina.
Serviva qualcosa di nuovo.
Federico trasformò la velocità in un’arma.
Fece marciare il suo esercito più rapidamente degli avversari.
Colpiva dove il nemico non lo aspettava.
Concentrava le forze in un punto decisivo invece di distribuirle lungo tutto il fronte.
Era convinto che una battaglia potesse essere vinta distruggendo una parte dell’esercito nemico prima che il resto riuscisse a intervenire.
Questo principio sarebbe diventato uno dei fondamenti dell’arte militare moderna.
E Napoleone lo avrebbe portato a un livello ancora superiore.
Ma prima dovette impararlo.
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Perché proprio Federico?
La domanda nasce spontanea.
Perché Napoleone, che avrebbe potuto scegliere come modello Giulio Cesare o Alessandro Magno, dedicò tanta attenzione a un sovrano prussiano del XVIII secolo?
La risposta è semplice.
Perché Federico aveva dimostrato che un esercito inferiore per numero poteva sconfiggere coalizioni immensamente più potenti.
Quando salì al trono nel 1740, la Prussia non era una grande potenza.
Era uno Stato relativamente piccolo, stretto tra monarchie molto più ricche e popolose.
L’Austria degli Asburgo.
La Russia.
La Francia.
La Sassonia.
Chiunque avrebbe scommesso che la Prussia sarebbe stata schiacciata.
Federico, invece, fece qualcosa di rivoluzionario.
Trasformò la qualità in un moltiplicatore di forza.
Muoveva l’esercito con una velocità sconosciuta ai suoi avversari.
Concentrava le truppe nel punto decisivo.
Colpiva il nemico prima che riuscisse a schierare tutte le proprie forze.
Era un modo completamente nuovo di concepire la guerra.
Napoleone comprese che quelle idee non appartenevano soltanto al Settecento.
Potevano essere sviluppate.
Potevano essere migliorate.
E soprattutto potevano essere adattate agli eserciti nati dalla Rivoluzione francese.
In altre parole, Federico non gli insegnò soltanto come vincere una battaglia.
Gli mostrò un metodo per pensare la guerra.
Il maestro e l’allievo
Naturalmente Napoleone non copiò Federico.
Sarebbe un errore storico pensarlo.
I due uomini appartenevano a epoche diverse, disponevano di eserciti profondamente differenti e combatterono guerre con obiettivi politici completamente diversi.
Ma ogni grande innovatore parte sempre da qualcuno.
Federico offrì a Napoleone una base di partenza.
L’Imperatore francese avrebbe poi trasformato quelle intuizioni, portandole a un livello che nessuno aveva mai raggiunto.
Ed è proprio qui che nasce il vero rapporto tra questi due giganti della storia.
Non quello tra un semplice ammiratore e il suo idolo.
Ma quello tra un maestro che aveva rivoluzionato l’arte della guerra e un allievo destinato a cambiarla ancora una volta.
Per capire come questo avvenne bisogna entrare nei campi di battaglia di Federico il Grande, dove nacquero alcune delle idee militari più rivoluzionarie del XVIII secolo.
Napoleone non copiò Federico. Lo superò.
È qui che bisogna fare attenzione.
Quando si dice che Napoleone studiò Federico il Grande, qualcuno immagina un comandante che cercava semplicemente di ripetere le sue manovre.
Non fu così.
Napoleone era troppo intelligente per copiare.
I grandi condottieri non imitano.
Studiano, comprendono e poi innovano.
Federico gli aveva mostrato alcuni principi fondamentali dell’arte della guerra. Napoleone li fece propri, ma li adattò a un mondo completamente diverso.
Nel giro di quarant’anni, infatti, era cambiato tutto.
La Rivoluzione francese aveva trasformato gli eserciti europei.
Non esistevano più soltanto piccoli eserciti professionali composti da soldati che combattevano per il proprio sovrano.
La Francia poteva mobilitare centinaia di migliaia di uomini.
Era nata la guerra moderna.
Ed era nata l’occasione perfetta perché un genio militare riscrivesse le regole.
Dal campo di battaglia all’intera campagna militare
Federico era un maestro della battaglia.
Napoleone diventò il maestro della campagna militare.
Può sembrare una differenza sottile, ma è enorme.
Federico cercava il momento decisivo all’interno dello scontro.
Napoleone cercava di vincere ancora prima che la battaglia iniziasse.
Le sue armate marciavano separate.
Ogni corpo d’armata seguiva una strada diversa.
Questo permetteva di vivere sul territorio, di muoversi più rapidamente e di confondere il nemico.
Poi, nel momento decisivo, tutte quelle colonne convergevano improvvisamente nello stesso punto.
Era come chiudere una gigantesca trappola.
Il nemico, spesso, si accorgeva troppo tardi di avere davanti non una singola armata, ma l’intero esercito francese.
È ciò che accadde a Ulma nel 1805.
Il generale austriaco Mack si ritrovò completamente circondato senza che fosse stata combattuta una vera grande battaglia.
Più di sessantamila soldati finirono prigionieri.
Federico avrebbe certamente ammirato una simile operazione.
La vera eredità di Federico
Molti manuali insistono sull’ordine obliquo.
È importante, certo.
Ma non è questo il lascito più grande di Federico.
Ciò che colpì davvero Napoleone fu il modo di pensare.
Federico non reagiva quasi mai ai movimenti del nemico.
Costringeva il nemico a reagire ai suoi.
Era lui a imporre il ritmo.
Era lui a decidere dove, quando e come combattere.
Napoleone fece della stessa idea uno dei pilastri della propria strategia.
Nelle sue campagne ritroviamo continuamente questo principio.
L’avversario è costretto a rincorrerlo.
Quando finalmente crede di aver capito le sue intenzioni, Napoleone ha già cambiato direzione.
È un gioco di anticipazione.
Una partita a scacchi nella quale uno dei due giocatori vede tre mosse più avanti.
Austerlitz: il capolavoro dell’allievo
Se Leuthen rappresenta il capolavoro di Federico, Austerlitz è probabilmente quello di Napoleone.
Il 2 dicembre 1805 l’Imperatore affrontò gli eserciti riuniti di Austria e Russia.
Anche questa volta gli avversari disponevano di forze considerevoli.
Napoleone, però, aveva già preparato la battaglia nella mente.
Lasciò volutamente apparire debole il proprio fianco destro.
Gli alleati credettero di aver individuato il punto da colpire.
Vi concentrarono gran parte delle loro truppe.
Era esattamente ciò che Napoleone desiderava.
Mentre il loro centro si svuotava, il maresciallo Soult ricevette l’ordine di conquistare l’altopiano del Pratzen.
Fu il momento decisivo.
L’esercito alleato venne spezzato in due.
La battaglia era praticamente vinta.
Federico aveva insegnato a concentrare la forza nel punto decisivo.
Napoleone aveva imparato anche a convincere il nemico a creare da solo quel punto decisivo.
Jena: il tributo più bello a Federico
C’è poi un’ironia della storia che difficilmente passa inosservata.
Nel 1806 Napoleone sconfisse proprio l’esercito prussiano.
Non quello di Federico.
Quello dei suoi successori.
Era un esercito che continuava a credere di poter vincere combattendo come cinquant’anni prima.
Le uniformi erano quasi le stesse.
I regolamenti erano quasi gli stessi.
Perfino molte idee tattiche erano rimaste immutate.
Il mondo, però, era cambiato.
Napoleone non sconfisse Federico il Grande.
Sconfisse uomini che avevano trasformato gli insegnamenti di Federico in una formula rigida, incapace di evolversi.
Ed è forse questo il complimento più grande che l’Imperatore potesse fare al suo antico maestro.
Perché il vero spirito di Federico non consisteva nel ripetere sempre le stesse manovre.
Consisteva nell’avere il coraggio di innovare.
Ed era esattamente ciò che Napoleone aveva fatto.
Davanti alla tomba di un maestro
Ora quella scena di Potsdam acquista un significato completamente diverso.
Quando Napoleone si fermò davanti alla tomba di Federico il Grande non stava celebrando un sovrano sconfitto dal tempo.
Stava rendendo omaggio all’uomo che aveva rivoluzionato il modo di concepire la guerra.
Lui aveva raccolto quell’eredità.
L’aveva ampliata.
L’aveva trasformata.
Ed era riuscito a portarla oltre i limiti che il suo maestro aveva potuto immaginare.
Ma una domanda rimane.
Chi dei due può davvero essere considerato il più grande comandante dell’età moderna?
È una domanda alla quale nemmeno Napoleone rispose mai in modo definitivo.
E forse è proprio questo il motivo per cui il loro confronto continua ancora oggi ad affascinare storici e appassionati.
Sant’Elena: quando Napoleone tornò a parlare del suo maestro
Gli ultimi anni della vita di Napoleone trascorsero molto lontano dai campi di battaglia.
A Sant’Elena non c’erano più eserciti da comandare, né campagne da pianificare.
C’era soltanto il tempo.
Molto tempo.
Fu proprio in quell’isolamento che l’ex Imperatore ripercorse mentalmente tutta la propria carriera, analizzando vittorie, sconfitte e grandi comandanti del passato.
Tra questi, Federico il Grande occupava ancora un posto speciale.
Napoleone continuava ad ammirarne il coraggio, la lucidità e la straordinaria capacità di mantenere il controllo anche nei momenti più difficili.
Non era un’ammirazione nata dalla nostalgia.
Era il riconoscimento di un uomo che parlava da pari a pari con uno dei pochi comandanti che riteneva davvero degni di essere studiati.
Nei colloqui con Las Cases, Gourgaud e gli altri compagni dell’esilio, Napoleone tornò più volte sulle campagne di Federico, discutendone le decisioni con la stessa naturalezza con cui un grande musicista analizza le opere di un altro maestro.
Due uomini, due epoche
Il confronto tra Napoleone e Federico il Grande è inevitabile.
Entrambi trasformarono il proprio Paese in una grande potenza.
Entrambi rivoluzionarono il modo di combattere.
Entrambi furono sovrani, strateghi e instancabili lavoratori.
Ma le loro differenze sono altrettanto profonde.
Federico governava uno Stato relativamente piccolo, costretto a sopravvivere circondato da nemici spesso più forti.
Ogni sua campagna aveva un obiettivo preciso: conservare la Prussia e rafforzarne il prestigio.
Napoleone, invece, disponeva delle immense risorse della Francia rivoluzionaria.
I suoi eserciti erano più numerosi, più mobili e combattevano in un’Europa sconvolta da trasformazioni politiche senza precedenti.
Anche il loro carattere era diverso.
Federico era freddo, razionale, essenziale.
Napoleone era intuitivo, carismatico e capace di decisioni fulminee.
Il re di Prussia costruiva con pazienza.
L’Imperatore francese accelerava continuamente il ritmo della storia.
Eppure entrambi condividevano una convinzione fondamentale.
La guerra non era una questione di forza bruta.
Era un esercizio dell’intelligenza.
Chi fu il più grande?
È una domanda che gli storici si pongono da oltre due secoli.
E probabilmente continueranno a porsela ancora a lungo.
La risposta, però, dipende dai criteri che scegliamo.
Federico riuscì a trasformare una monarchia relativamente modesta in una delle principali potenze europee, resistendo a coalizioni che sembravano destinate a cancellare la Prussia dalla carta geografica.
Napoleone costruì uno degli imperi più vasti dell’età moderna e dominò il continente per oltre un decennio, lasciando un’impronta non soltanto militare, ma anche politica, amministrativa e giuridica.
Entrambi commisero errori.
Entrambi conobbero sconfitte.
Ed entrambi dimostrarono che perfino il più grande genio militare non può sottrarsi ai limiti imposti dalla politica, dall’economia e dal tempo.
Forse, quindi, la domanda più interessante non è chi fosse il migliore.
La vera domanda è questa:
perché il comandante che conquistò quasi tutta l’Europa continuò a guardare con rispetto un re morto da vent’anni?
Il significato di quella visita a Potsdam
Torniamo ora alla scena con cui è iniziato questo racconto.
Ottobre 1806.
Napoleone entra a Potsdam. La Prussia è sconfitta.
Il suo esercito è in fuga.
Le porte di Berlino sono aperte.
Eppure il vincitore non si comporta come un conquistatore inebriato dal successo.
Chiede di visitare la tomba di Federico il Grande.
Quel gesto racchiude un insegnamento che va ben oltre la storia militare.
I grandi innovatori sanno riconoscere chi li ha preceduti.
Non temono il confronto con il passato.
Lo studiano.
Lo rispettano.
E poi cercano di andare oltre.
Napoleone non si inginocchiò davanti alla memoria di Federico.
Ma gli rese l’omaggio più sincero che un comandante possa offrire a un altro comandante.
Riconobbe che, senza il suo esempio, forse anche il proprio modo di concepire la guerra sarebbe stato diverso.
Conclusione
Il rapporto tra Napoleone e Federico il Grande non fu quello tra un semplice ammiratore e il suo idolo.
Fu il dialogo ideale tra due uomini separati da una generazione, ma uniti dalla stessa passione per l’arte della guerra.
Federico mostrò che velocità, disciplina e concentrazione delle forze potevano compensare l’inferiorità numerica.
Napoleone prese quei principi, li adattò agli eserciti della Rivoluzione e li trasformò in uno strumento capace di cambiare il volto dell’Europa.
Quando visitò la tomba di Potsdam, non stava celebrando il passato.
Stava riconoscendo un debito intellettuale.
Ed è forse questa la lezione più preziosa che ci lascia quella scena.
I veri geni non nascono nel vuoto.
Studiano chi è venuto prima di loro, ne comprendono le intuizioni e trovano il coraggio di spingersi ancora più lontano.
È così che Federico il Grande e Napoleone, pur non essendosi mai incontrati, continuano ancora oggi a dialogare attraverso la storia.
Fonti essenziali
- Carl von Clausewitz, Della guerra.
- David G. Chandler, The Campaigns of Napoleon.
- Christopher Duffy, Frederick the Great: A Military Life.
- Frederick the Great, Instructions for His Generals.
- Emmanuel de Las Cases, Mémorial de Sainte-Hélène.
- John Elting, Swords Around a Throne.
- Jean Tulard, Napoléon ou le mythe du sauveur.
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