Come è morto Napoleone Bonaparte: autopsia, malattia e mistero di Sant’Elena
“La morte di Napoleone” non è un fatto solo medico: è un evento politico, un dramma umano, un nodo storiografico. E soprattutto è una scena osservata — e riscritta — da decine di testimoni, referti, memorie, controversie.
Abstract
Napoleone Bonaparte morì il 5 maggio 1821 a Longwood House, nell’isola di Sant’Elena, dove era prigioniero dal 1815. Le fonti coeve — in particolare i resoconti dei presenti e i referti autoptici — convergono in modo significativo sull’ipotesi di una malattia gastrica maligna, compatibile con un carcinoma dello stomaco complicato da emorragia e indebolimento progressivo.
Il dibattito, tuttavia, non si esaurisce nella diagnosi: la prigionia, l’ambiente di Longwood, la depressione, l’alimentazione, i trattamenti medici dell’epoca (calomelano e altri rimedi), le tensioni tra entourage francese e autorità britanniche, e la successiva “mitologia” politica della morte alimentano ipotesi alternative, fra cui la più famosa è la teoria dell’avvelenamento da arsenico.
Questo articolo, ricostruisce: (1) il declino clinico dal 1817 al 1821; (2) le ultime settimane e le ultime ore; (3) l’autopsia del 6 maggio 1821 e la pluralità dei referti; (4) il confronto con le analisi moderne; (5) l’origine e i limiti delle teorie alternative. L’obiettivo non è “fare processo” ai testimoni, ma pesare le evidenze con metodo storico e medico, distinguendo ciò che è documentato, ciò che è plausibile e ciò che appartiene alla leggenda.
Introduzione: la morte più osservata d’Europa
Napoleone muore a cinquantuno anni, ma muore anche da “istituzione”: un ex imperatore, un ex dominatore dell’Europa, ridotto a prigioniero in un’isola remota dell’Atlantico meridionale. Ed è proprio questo che rende la sua fine un caso unico: non la morte in sé, ma la densità di sguardi che la circondano.
A Sant’Elena, ogni gesto dell’esiliato è potenzialmente una notizia e ogni notizia è potenzialmente un’arma. La sorveglianza britannica, la disputa permanente con il governatore Hudson Lowe, l’entourage francese diviso da gelosie, fedeltà e risentimenti: tutto questo crea un ambiente in cui persino un dolore addominale o un episodio di vomito diventano politica.
Perciò “Come è morto Napoleone?” non è mai stata soltanto una domanda medica. È una domanda che contiene sottintesi: fu trattato con umanità? Fu lentamente consumato da un male naturale? Fu vittima di negligenza? O peggio, di un disegno? E ancora: il referto autoptico — la parola “cancro” — fu un tentativo di chiudere la vicenda o un dato clinico limpido? Per rispondere, dobbiamo prima tornare a Longwood e immaginare non un mito, ma un uomo che invecchia, si spegne, si irrita, si isola, e infine non regge più.
Sant’Elena e Longwood: un ambiente che logora
Sant’Elena non è solo una prigione geografica: è una prigione climatica e psicologica. Longwood House — la residenza assegnata a Napoleone — è spesso descritta come umida, esposta, poco confortevole. La stessa storiografia che difende la conclusione “naturale” della morte riconosce che l’ambiente e l’isolamento contribuirono a un logoramento progressivo.
Dopo l’arrivo nell’ottobre 1815, Napoleone vive in un microcosmo di fedeli: il Gran maresciallo Bertrand, Montholon, Marchand, Las Cases (fino alla sua espulsione), Antommarchi (dal 1819), e altri. Ma quel microcosmo è attraversato da sospetti: chi riferisce agli inglesi? Chi manipola il malato? Chi scriverà la storia “giusta”?
Dal punto di vista clinico, l’ambiente non “crea” un carcinoma gastrico, ma può peggiorare sintomi, indebolire il corpo, alterare il sonno, aumentare depressione e sedentarietà, ridurre appetito e resistenza. E se il male di Napoleone fosse un tumore gastrico in fase avanzata, come suggeriscono più analisi moderne, allora la prigionia sarebbe stata una lente d’ingrandimento del dolore, non necessariamente la sua causa.
Il declino (1817–1821): sintomi, crisi, isolamento
1817: il deterioramento diventa evidente
Le fonti concordano su un punto: dal 1817 la salute di Napoleone peggiora in modo più netto. Si parla di stanchezza, dolori ricorrenti, disturbi gastrointestinali, alternanza di sonnolenza e insonnia, episodi di ritenzione o irregolarità intestinale. Alcuni resoconti coevi descrivono anche edemi e debolezza alle gambe, elementi che possono comparire in molte condizioni (dalla malnutrizione agli squilibri sistemici), ma che in un quadro di malattia cronica non sono sorprendenti.
In questa fase, la difficoltà principale dello storico è distinguere tra sintomi reali e interpretazioni. I memorialisti talvolta colorano la scena: chi vuole sottolineare la crudeltà della prigionia accentua l’idea di un uomo consumato; chi vuole difendere la gestione britannica preferisce parlare di un malato “già predisposto”, destinato comunque a una fine simile.
1818: la condanna a vita e la depressione
Nel 1818 arriva un colpo psicologico pesante: le potenze alleate stabiliscono che Napoleone resterà prigioniero a Sant’Elena per tutta la vita. È difficile misurare clinicamente una decisione politica, ma è facile intuirne l’effetto: la speranza si restringe, l’orizzonte si chiude, l’attività diminuisce. Secondo diverse ricostruzioni, Napoleone trascorre più tempo chiuso nelle stanze, riducendo esposizione all’aria e movimento, e questo contribuisce a un circolo vizioso di debilitazione.
Se già esistono dolori gastrici e disturbi digestivi, lo stress e l’isolamento possono aumentarne la percezione e ridurre la capacità di compensazione del corpo. In altre parole: non basta “avere” un male, bisogna anche “reggerlo”. E Napoleone, negli ultimi anni, lo regge sempre meno, perché viene meno la speranza di poter tornare in Europa.
1819–1820: l’entrata in scena di Antommarchi e l’aggravamento
Nel 1819 arriva a Longwood il medico corso Francesco Antommarchi, destinato a diventare una figura centrale perché, oltre a curare Napoleone, ne sarà anche il principale autore del referto autoptico “francese”. La presenza di un medico personale rafforza l’osservazione clinica, ma produce anche un problema storiografico: Antommarchi scrive, interpreta, e la sua scrittura entrerà in competizione con quella britannica.
Nel 1820 i disturbi diventano più frequenti e più caratteristici: dolori epigastrici (nella parte alta dell’addome), nausea, vomito, perdita di appetito, dimagrimento. L’insieme non è “prova” di cancro, ma è compatibile con molte malattie gastriche gravi; e nel caso di Napoleone è importante perché coincide con ciò che, di lì a poco, l’autopsia descriverà nello stomaco.
1821: il collasso
Nel 1821, soprattutto da marzo, Napoleone è spesso confinato a letto; il dolore aumenta; la forza diminuisce; i trattamenti medici dell’epoca diventano più insistenti e, talvolta, più aggressivi. La medicina di inizio Ottocento lavora con strumenti limitati: oppiacei per il dolore, purganti, emetici, e sostanze come il calomelano (cloruro mercuroso) usato come purgante. In un organismo già compromesso, certe pratiche possono aggravare la debolezza e favorire complicanze. (Questo non significa “uccidere” il paziente, ma è un elemento da considerare con onestà storica.)
Gli ultimi mesi: testimonianze e quadro clinico
Per entrare davvero nell’ultima fase, una fonte è preziosa: la timeline costruita sulle annotazioni di Bertrand, che registra il quotidiano con una regolarità quasi ossessiva. È un tipo di documento che avvicina lo storico alla stanza del malato, senza affidarsi solo a ricordi scritti anni dopo.
Dolore, inappetenza, debolezza
Il quadro, in estrema sintesi, è quello di un uomo che mangia meno, digerisce peggio, soffre di crampi e nausea, alterna momenti di lucidità a momenti di prostrazione. Nel linguaggio odierno, potremmo parlare di progressione di una patologia cronica; nel linguaggio dell’epoca, si alternano diagnosi come “infiammazione”, “epatite cronica”, “disordine biliare”. Ma il nodo sta nel fatto che, al di là delle etichette, la traiettoria è discendente.
La psicologia del malato: ritiro, irritazione, malinconia
C’è un punto delicato, che però non possiamo ignorare: l’umore di Napoleone. Non perché la depressione “spieghi” un tumore, ma perché spiega la qualità dell’agonia. Un Napoleone depresso si muove meno, discute di meno, spera di meno. E quando un uomo spera di meno, anche la malattia sembra più grande. Le fonti, qui, sono spesso letterarie, ma convergono su un isolamento crescente.
I trattamenti: tra cura e rischio
La medicina a Longwood è una medicina di frontiera: isolata, lenta nei rifornimenti, legata a pratiche dell’epoca. Purganti, salassi (più discussi), sedativi. Il punto storico è questo: Napoleone non è un paziente in un ospedale moderno. È un prigioniero illustre in una casa umida su un’isola remota. Anche volendo, non si può offrirgli la medicina del XXI secolo.
5 maggio 1821: le ultime ore
Il 5 maggio non è solo una data: è un teatro. Nella stanza ci sono fedeli che trattengono le lacrime e ufficiali che controllano, ci sono medici, servitori, e un silenzio in cui ogni respiro pesa.
Le ricostruzioni cronologiche indicano che Napoleone morì nel tardo pomeriggio (numerose cronologie riportano l’orario intorno alle 17:49).
Le ultime giornate: coscienza che va e viene
I giorni precedenti vedono un peggioramento: prostrato, spesso incosciente o in stato confusionale, Napoleone riceve i sacramenti (il che, in un contesto cattolico, segnala che si teme l’imminenza della fine). La perdita di coscienza e la debolezza estrema sono coerenti con una situazione di collasso sistemico: disidratazione, emorragia interna, insufficienza progressiva.
Le ultime parole
Le “ultime parole” sono fra le parti più difficili da fissare. Esistono versioni diverse, spesso legate a memorie o tradizioni. Qui il metodo migliore è non cercare una frase scolpita nel marmo, ma riconoscere un fatto: Napoleone, nel delirio finale, tende a richiamare la Francia, l’esercito, la campagna, e l’immaginario della sua vita pubblica. È come se, nel momento in cui il corpo si spegne, la mente tornasse agli scenari in cui aveva dominato il mondo.
E poi, infine, il silenzio. La morte è dichiarata. E subito la storia cambia tono: dal letto al referto, dalla presenza alla carta.
6 maggio 1821: l’autopsia e i referti
Chi c’era e perché conta
L’autopsia viene eseguita il 6 maggio 1821, con Antommarchi come figura principale dal lato francese, e con una presenza significativa di medici britannici. Il dato è fondamentale: non abbiamo un referto “di parte” scritto in solitudine, ma un atto medico osservato da più professionisti.
In particolare, fonti specialistiche ricordano la presenza di diversi medici inglesi (fra cui Shortt, Arnott e altri), e sottolineano che la diagnosi complessiva converge su una grave lesione gastrica maligna con complicazioni (perforazione/infiammazione/emorragia).
Che cosa “si vide” nello stomaco
Le descrizioni autoptiche — pur con differenze redazionali — parlano di uno stomaco con lesioni estese, compatibili con un tumore avanzato. In termini moderni, diversi studi clinico-patologici e rianalisi della documentazione (in particolare lavori di anatomopatologi) sostengono che il quadro sia altamente suggestivo di neoplasia gastrica avanzata.
Perché esistono più referti
Un elemento che spesso confonde il pubblico è la pluralità dei documenti: esistono più rapporti (francesi e inglesi), versioni ufficiali e non ufficiali, rielaborazioni successive. Anche le sintesi divulgative ricordano che nel tempo circolarono più testi, e che alcune redazioni tardive sono giudicate meno affidabili.
Per lo storico, questa pluralità non è un problema: è una ricchezza. Permette confronto, controllo incrociato, individuazione di concordanze e divergenze. E la concordanza principale — lo diciamo con cautela ma con fermezza — è l’idea di una grave patologia dello stomaco come causa prossima della morte. Lo scirro al piloro che lo stesso Napoleone più volte aveva citato come la stessa causa di morte del padre Carlo.
La diagnosi più probabile: carcinoma gastrico avanzato
Il verdetto “tradizionale” e la sua forza documentaria
Il verdetto tradizionale — Napoleone muore di cancro allo stomaco con complicazioni emorragiche — nasce dall’autopsia e viene ripreso da gran parte della storiografia e della letteratura medico-storica.
La forza di questa conclusione sta in tre punti:
- Coerenza tra sintomi (dolori epigastrici, nausea, vomito, progressivo deterioramento) e lesione gastrica;
- Convergenza di osservatori (Antommarchi e medici britannici presenti);
- Rianalisi moderna di documentazione autoptica da parte di anatomopatologi, che ritengono il quadro compatibile con carcinoma avanzato.
Obiezioni comuni e risposta metodologica
Le obiezioni più comuni sono tre:
- “Napoleone era ingrassato” in alcuni periodi a Sant’Elena: vero che non appare sempre emaciato nelle descrizioni, ma i tumori gastrici possono avere progressioni irregolari e fasi; inoltre alcune testimonianze non sono cliniche ma impressionistiche.
- “Il colore del corpo e altri segni” sarebbero compatibili con avvelenamento: ma i segni esterni in un’epoca senza tossicologia moderna non costituiscono prova, e possono derivare da molte condizioni (epatopatie, farmaci, stasi, ecc.).
- “Troppi interessi politici” per fidarsi dei referti: è un sospetto comprensibile, ma qui la pluralità degli osservatori riduce il rischio di un’unica manipolazione, e gli studi moderni non dipendono da Hudson Lowe.
Il metodo migliore, quindi, è questo: partire dalle fonti più vicine all’evento (autopsia e diari), poi verificare con la medicina moderna se ciò che descrivono “assomiglia” a una patologia nota. E in questo caso, la risposta tende a essere sì.
La teoria dell’arsenico: nascita, prove, limiti
Perché l’ipotesi dell’avvelenamento è così seducente
Napoleone muore prigioniero dei suoi nemici. Basta questo per generare una narrativa “naturale”: lo hanno avvelenato. La teoria dell’arsenico, in particolare, ha una forza narrativa enorme perché offre:
- un “colpevole” chimico identificabile;
- un ambiente sospetto (Longwood, l’umidità, possibili pigmenti arsenicali);
- un movente politico (impedire un ritorno);
- un giallo storico perfetto.
Le analisi sui capelli e l’interpretazione dei dati
Nel tempo sono state condotte analisi su campioni di capelli attribuiti a Napoleone, e alcune interpretazioni hanno sostenuto livelli elevati di arsenico. Tuttavia, la discussione è complessa: l’arsenico era più diffuso nel XIX secolo (pigmenti, medicinali, contaminazioni ambientali), e livelli “alti” non implicano automaticamente avvelenamento intenzionale. Una parte della divulgazione ha enfatizzato il dato “100 volte”, ma persino in questa narrazione si riconosce che arsenico poteva essere comune nell’ambiente dell’epoca.
Il nodo dell’ambiente: pigmenti verdi e carte da parati
Un filone suggestivo lega l’arsenico ai pigmenti verdi (come il celebre “Scheele’s Green” e altri arseniti di rame) usati in decorazioni e carte da parati, che in condizioni di umidità possono rilasciare composti nocivi. Il tema è discusso anche in ambito chimico-divulgativo.
Ma attenzione: anche se l’ambiente potesse aumentare l’esposizione, resta da dimostrare che l’esposizione sia stata:
(a) sufficientemente alta; (b) temporalmente coerente; (c) clinicamente compatibile con i sintomi dominanti; (d) decisiva rispetto alla lesione gastrica osservata.
Che cosa dice una fonte specializzata napoleonica
Un’analisi pubblicata dall’ambiente della Fondation Napoléon (napoleon.org) mette a fuoco proprio questo: l’autopsia vide numerosi presenti e la diagnosi di cancro gastrico con complicazioni emorragiche è condivisa dai medici, mentre le ipotesi sull’arsenico devono fare i conti con la complessità delle esposizioni dell’epoca e con le evidenze anatomiche.
Conclusione prudente sull’arsenico
La posizione più solida oggi è prudente:
- l’arsenico “ambientale” nel XIX secolo è plausibile;
- alcuni dati sui capelli sono stati interpretati in senso sensazionalistico;
- l’autopsia e le rianalisi medico-patologiche sostengono con forza la patologia gastrica maligna come causa primaria.
Quindi: l’arsenico può restare un elemento di contorno (esposizione, ambiente, dibattito), ma non scalza con facilità la spiegazione principale
Ereditarietà e precedenti: il caso di Carlo Bonaparte
Un dettaglio torna spesso nei resoconti: il padre di Napoleone, Carlo Buonaparte, morì nel 1785 e già allora si parlò di “cancro allo stomaco” o comunque di una malattia gastrica grave.
Questo elemento viene usato in due modi:
- Per rafforzare la diagnosi di Napoleone: una possibile predisposizione familiare rende più plausibile un carcinoma gastrico;
- Per “chiudere” il caso: se era destinato per ereditarietà, allora non c’è mistero.
Lo storico deve evitare entrambe le semplificazioni. La predisposizione familiare è un indizio, non un destino. E soprattutto non elimina i fattori ambientali e psicologici che possono aggravare una malattia. Ma nel quadro complessivo, l’analogia con Carlo rafforza la plausibilità di una morte per patologia gastrica grave.
Dalla clinica al mito: perché la morte di Napoleone non finisce mai
Il “mistero” su Napoleone nasce perché la sua figura è più grande del suo corpo. Un uomo comune muore e il medico scrive un referto. Napoleone muore e il referto diventa un campo di battaglia. Ogni gruppo politico, ogni corrente di memoria, ogni lettore appassionato, vuole una morte coerente con l’immagine che ha di lui:
- il titano abbattuto dal destino (cancro);
- il martire eliminato dai nemici (veleno);
- il prigioniero consumato dalla prigionia (negligenza);
- l’uomo comune che cade come suo padre (ereditarietà).
Ecco perché, anche quando la medicina moderna guarda le descrizioni autoptiche e dice “il quadro è compatibile con carcinoma gastrico avanzato”, il mito non si placa: perché la domanda non è solo “di che cosa è morto?”, ma “che cosa significa che sia morto così?”
Conclusione
Se mettiamo in fila i fatti più solidi:
- Napoleone peggiora sensibilmente dal 1817 e precipita nel 1821;
- muore il 5 maggio 1821 a Longwood;
- l’autopsia del 6 maggio, osservata da più medici, descrive una grave patologia gastrica compatibile con neoplasia;
- le rianalisi clinico-patologiche moderne sostengono con forza l’ipotesi di carcinoma gastrico avanzato
La conclusione più robusta, dunque, è che Napoleone sia morto principalmente per cancro allo stomaco in fase avanzata, con complicazioni (emorragia, debilitazione sistemica) che portarono al collasso finale.
Questo non cancella il ruolo dell’ambiente di Longwood, né quello della psicologia della prigionia, né le zone grigie della medicina ottocentesca. Ma ridimensiona — senza deriderle — le teorie alternative: l’arsenico resta un elemento affascinante, discutibile, spesso amplificato, e non possiede (allo stato delle evidenze) la stessa solidità della spiegazione anatomopatologica.
Eppure, proprio perché Napoleone non è mai “solo” Napoleone, il dibattito continuerà. Perché ogni generazione, guardando quel letto a Longwood, in realtà guarda se stessa: la paura della fine, il potere che svanisce, la domanda eterna sul destino e sull’uomo.
FAQ
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Napoleone è morto davvero di cancro allo stomaco?
Le evidenze più forti (autopsia e rianalisi moderne) indicano una patologia gastrica maligna compatibile con carcinoma avanzato, con complicazioni emorragiche.
Perché si parla di arsenico?
Per via di analisi su capelli attribuiti a Napoleone e per l’ipotesi di esposizione ambientale (pigmenti verdi arsenicali nelle decorazioni). L’interpretazione è controversa e non sostituisce con facilità l’evidenza autoptica.
Longwood era davvero malsano?
Diverse ricostruzioni descrivono Longwood come ambiente umido e poco salubre; ciò può aver peggiorato la qualità della vita e la resistenza fisica, senza essere necessariamente la causa primaria della malattia.
Il padre di Napoleone morì di una malattia simile?
Carlo Buonaparte morì nel 1785 e molte fonti riportano una malattia gastrica grave, spesso indicata come cancro allo stomaco. Questo rafforza la plausibilità di una predisposizione familiare.
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Bibliografia essenziale e fonti
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- Fondation Napoléon / [napoleon.org](http://napoleon.org/), “Napoleon’s last days (timeline)” (basato sui Cahiers di Bertrand).
- Fondation Napoléon / [napoleon.org](http://napoleon.org/), “Arsenic and the Emperor”
- A. Lugli et al., studi clinico-patologici sulla malattia gastrica di Napoleone (PubMed).
- A. Lugli (2021), “The gastric disease of Napoleon Bonaparte…” (PMC).
- H. Dawson et al. (2016), analisi macroscopica e progressione tumorale (ScienceDirect).
- Chemistry World (2011), “Napoleon’s wallpaper” e discussione su pigmenti arsenicali.
- Carlo Buonaparte (schede biografiche e indicazioni sulla malattia).
- Contesto generale e sintesi: “Death of Napoleon” (panoramica, cronologia e autopsia).
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