La presa di Giaffa: assedio, strage e peste nella campagna d’Egitto di Napoleone

Abstract — La presa di Giaffa, avvenuta il 7 marzo 1799 durante la campagna di Siria di Napoleone Bonaparte, fu uno degli episodi più controversi dell’intera epopea napoleonica. Dopo alcuni giorni d’assedio, la città cadde nelle mani dei francesi; seguirono saccheggi, uccisioni, l’esecuzione di migliaia di prigionieri ottomani e la diffusione della peste tra le truppe. Giaffa non fu solo una vittoria militare: fu il punto in cui la spedizione d’Oriente mostrò il suo lato più oscuro, tra necessità strategica, brutalità di guerra e costruzione propagandistica del mito napoleonico. Questo articolo ricostruisce il contesto, l’assedio, la strage dei prigionieri, il problema della peste e il significato storico di un episodio che resta una macchia profonda nella carriera di Bonaparte.

Introduzione

Ci sono episodi della vita di Napoleone che alimentano la leggenda, e altri che la incrinano. Giaffa appartiene alla seconda categoria. Se la battaglia delle Piramidi rappresentò il momento solare della spedizione d’Egitto e la battaglia del Nilo ne mostrò il tracollo strategico, la presa di Giaffa ne rivelò il volto più duro, più violento e più moralmente problematico.

Nel marzo 1799 Napoleone lasciò l’Egitto e marciò verso la Siria ottomana. L’obiettivo era insieme offensivo e preventivo: anticipare le mosse ottomane, consolidare la propria posizione e forse riaprire il sogno di una più vasta costruzione orientale. In questo quadro Giaffa, porto importante della Palestina ottomana, divenne una tappa decisiva. La città fu assediata e presa il 7 marzo 1799. Ma il vero peso storico dell’episodio non sta solo nella conquista: sta in ciò che accadde dopo.

Dopo la caduta della città, migliaia di prigionieri ottomani furono giustiziati su ordine di Napoleone, mentre tra i francesi si diffuse la peste. Pochi giorni più tardi nacque anche una delle immagini più celebri della propaganda napoleonica: Bonaparte che visita i pestiferi di Giaffa, gesto poi immortalato da Antoine-Jean Gros in un grande dipinto commissionato nel 1804. In nessun altro punto della campagna d’Oriente gloria, crudeltà e costruzione del mito si intrecciano con tanta evidenza.



Il contesto: dalla crisi del Cairo alla campagna di Siria

Dopo l’Egitto, la guerra si sposta verso nord

Dopo la vittoria delle Piramidi e l’occupazione del Cairo, la spedizione francese era entrata in una fase nuova. Il disastro navale di Abukir aveva isolato l’Armata d’Oriente, mentre la rivolta del Cairo aveva mostrato quanto fosse fragile il controllo francese sull’Egitto. In questo clima Napoleone decise di portare la guerra in Siria, nella speranza di prevenire un’offensiva ottomana e di riconquistare l’iniziativa strategica.

Le tappe verso Giaffa

La campagna di Siria procedette con una rapida avanzata. Secondo Encyclopedia.com, Napoleone prese El-Arish il 20 febbraio 1799, raggiunse Gaza il 24 febbraio, arrivò a Ramleh il 1° marzo e il 7 marzo Giaffa capitolò dopo quattro giorni d’assedio. La cronologia è importante perché mostra la velocità dell’operazione, ma anche la pressione enorme a cui erano sottoposte le truppe francesi.

Perché Giaffa era importante

Giaffa non era una tappa secondaria. Era un porto di rilievo sulla costa levantina, utile per i collegamenti e strategicamente importante nella direttrice verso Acri. Per Napoleone, conquistarla significava aprirsi la strada verso la successiva e decisiva fase della campagna, cioè l’assedio di Acri. In altre parole, Giaffa non era il fine ultimo della marcia, ma un passaggio obbligato per mantenere il ritmo dell’offensiva.

L’assedio di Giaffa

Dal 3 al 7 marzo 1799

Le fonti disponibili collocano l’assedio tra il 3 e il 7 marzo 1799. La città, sotto controllo ottomano, oppose resistenza ma non riuscì a sostenere a lungo l’urto francese. Il 7 marzo Giaffa fu presa. Dal punto di vista strettamente militare, si trattò di un successo rapido per Bonaparte. Dal punto di vista umano e politico, fu invece l’inizio di un incubo.

La violenza dell’assalto

Dopo la breccia e l’ingresso dei francesi, la città subì un’ondata di saccheggi e uccisioni. Le fonti secondarie e la memoria storica dell’episodio insistono sulla brutalità dell’assalto. Giaffa non fu soltanto occupata: fu travolta. È il momento in cui la campagna d’Oriente smette di apparire come grande avventura esotica e si mostra per ciò che era anche in concreto: una guerra ferocissima, combattuta senza vera pietà.

La strage dei prigionieri

Il nodo centrale dell’episodio

Ciò che rende Giaffa un episodio così discusso è soprattutto la sorte dei prigionieri ottomani. Le stime variano, ma le fonti convergono sull’ordine di grandezza: circa 2.000–3.000 prigionieri furono giustiziati dopo la presa della città. Il dato riportato nella sintesi dell’assedio di Giaffa parla di circa 2.100 prigionieri eseguiti; altre ricostruzioni parlano di numeri leggermente superiori. In ogni caso, siamo davanti a una strage di massa.

Perché Napoleone diede l’ordine

Il problema storico non è solo sapere che la strage avvenne, ma capirne la logica. La giustificazione tradizionalmente attribuita a Napoleone è di tipo pratico e militare: non aveva viveri sufficienti per custodire e nutrire migliaia di prigionieri, non poteva lasciarli liberi alle spalle dell’esercito, e riteneva che parte di essi fossero già stati catturati in precedenza e rilasciati sulla parola per poi tornare a combattere. Anche ammesso che questi fattori abbiano pesato, essi non cancellano la gravità morale dell’ordine. Giaffa resta uno degli episodi più neri della carriera napoleonica.

Una macchia nella leggenda

Napoleone seppe spesso piegare i fatti alla propria narrazione. Ma Giaffa resistette sempre, almeno in parte, a questa trasformazione. La strage dei prigionieri fu troppo grande, troppo nota, troppo difficile da assorbire senza residui. Ancora oggi, chi vuole raccontare Bonaparte in modo serio non può eludere questo episodio o ridurlo a semplice dettaglio logistico. Giaffa obbliga a guardare Napoleone non solo come genio militare, ma anche come comandante capace di decisioni spietate.

La peste a Giaffa

Il diffondersi dell’epidemia

Subito dopo la presa della città, un altro nemico colpì i francesi: la peste. Diverse fonti ricordano che il contagio si diffuse tra le truppe francesi a Giaffa, aggravando il quadro morale e militare della campagna. La vittoria venne così avvelenata da una minaccia invisibile, che minava la capacità combattiva dell’esercito e ne accresceva lo scoramento.

Napoleone visita i malati

È in questo contesto che si colloca il celebre episodio della visita di Bonaparte ai soldati malati nell’ospedale di Giaffa, generalmente datata all’11 marzo 1799. L’evento divenne famosissimo grazie al dipinto di Antoine-Jean Gros, commissionato da Napoleone nel 1804. L’immagine mostrava il generale che tocca senza paura i pestiferi, trasformandolo in una figura quasi taumaturgica, padrona di sé davanti al contagio e al terrore.

Propaganda contro scandalo

Ma proprio qui il contrasto diventa straordinariamente rivelatore. Secondo le fonti, il dipinto e l’episodio servivano anche a controbilanciare le voci secondo cui Napoleone avrebbe fatto somministrare oppio ad alcuni malati troppo gravi durante la ritirata. Al di là delle controversie sui dettagli, il punto è chiaro: Giaffa non fu soltanto un fatto militare, ma anche un laboratorio di propaganda. Da una parte la strage dei prigionieri, dall’altra il capo eroico che visita i malati. La leggenda tentava già di correggere la memoria.

Giaffa come anticamera di Acri

La presa di Giaffa aprì a Napoleone la strada verso il vero obiettivo successivo, cioè Acri. Ma proprio ciò che accadde a Giaffa pesò sulla fase seguente della campagna. Le truppe francesi avanzavano logorate, moralmente ferite e minacciate dalla peste. L’offensiva proseguì, ma il clima non era più quello di un esercito lanciato verso un facile trionfo: era quello di una spedizione che stava entrando in una zona di attrito sempre più distruttiva. Per questo Giaffa va letta come un ponte tragico verso l’assedio di Acri.

Perché la presa di Giaffa conta così tanto

Una vittoria militare, ma avvelenata

Militarmente, Giaffa fu un successo francese. La città cadde, la marcia verso nord proseguì, e Napoleone poté ancora presentarsi come comandante aggressivo e risoluto. Ma il valore di una vittoria non si misura solo con la presa di una piazza: si misura anche con il prezzo morale, politico e sanitario che essa comporta. A Giaffa quel prezzo fu altissimo

Il punto in cui la campagna mostra il suo lato più oscuro

Se il Cairo aveva mostrato la resistenza degli occupati e Abukir il crollo strategico della spedizione, Giaffa mostrò la radicalizzazione della violenza. Qui l’Armata d’Oriente apparve non come missione civilizzatrice, ma come esercito impegnato in una guerra brutale, capace di assalire, saccheggiare, eseguire in massa e poi di ricoprire il tutto con una narrativa eroica. Giaffa, da questo punto di vista, è una chiave decisiva per interpretare l’intera campagna d’Egitto

Un episodio perfetto per capire Napoleone

Bonaparte è spesso grande proprio perché è contraddittorio. A Giaffa vediamo il generale rapido, efficace, spietato; vediamo il politico che ragiona in termini di necessità; vediamo il costruttore di immagini che prova a riscattare una pagina nera con un gesto teatrale nell’ospedale dei pestiferi. In questo senso Giaffa è un episodio terribile, ma anche rivelatore: mostra insieme la forza, la durezza e la capacità manipolativa del personaggio.

Conclusione

La presa di Giaffa del 1799 non può essere raccontata come una semplice tappa della marcia napoleonica in Siria. Fu una vittoria, sì, ma di quelle che lasciano dietro di sé una scia troppo pesante per essere assorbita dalla sola retorica del successo. Le esecuzioni dei prigionieri, la violenza dell’assalto e l’esplosione della peste trasformarono Giaffa in uno dei luoghi più cupi di tutta la leggenda napoleonica. :contentReference[oaicite:18]{index=18}

E tuttavia, proprio per questo, Giaffa è essenziale. Perché permette di uscire dalla caricatura, sia apologetica sia demonizzante, e di vedere Napoleone nella sua verità storica: un uomo di genio immenso, ma anche capace di decisioni atroci quando riteneva che la necessità militare lo imponesse. In nessun altro punto della spedizione d’Oriente questa verità appare con tanta crudezza.

Cronologia essenziale

  • 20 febbraio 1799 — I francesi prendono El-Arish.
  • 24 febbraio 1799 — Napoleone raggiunge Gaza
  • 1 marzo 1799 — Arrivo a Ramleh.
  • 3–7 marzo 1799 — Assedio di Giaffa.
  • 7 marzo 1799 — Caduta della città e inizio delle esecuzioni dei prigionieri.
  • 11 marzo 1799 — Episodio della visita ai malati di peste a Giaffa, poi reso celebre dal dipinto di Gros.
  • 19 marzo 1799 — Inizio dell’assedio di Acri.

Fonti e metodologia

Per leggere correttamente Giaffa bisogna distinguere almeno quattro livelli: il fatto militare dell’assedio, il problema documentario della strage dei prigionieri, il tema sanitario della peste e la costruzione propagandistica del mito di Bonaparte. Napoleon.org è utile per la cronologia generale della campagna; Encyclopedia.com aiuta a fissare le tappe dell’avanzata verso la Siria; il materiale legato al dipinto di Gros e alle memorie del periodo illumina invece la trasformazione dell’episodio in immagine politica.

Bibliografia essenziale

  • Napoleon.org, The Campaign in Egypt.
  • Encyclopedia.com, Napoleon Bonaparte (sezione sulla campagna del 1799).
  • Napoleon.org / materiali iconografici su Bonaparte visitant les pestiférés de Jaffa.
  • Antoine-Jean Gros, Bonaparte Visiting the Plague Victims of Jaffa, Louvre.
  • David Chandler, The Campaigns of Napoleon.
  • J. Christopher Herold, Bonaparte in Egypt.
  • Andrew Roberts, Napoleon: A Life.
  • Juan Cole, Napoleon’s Egypt: Invading the Middle East.
  • Jean Tulard, Dictionnaire Napoléon.
  • Patrice Gueniffey, Bonaparte.

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About the Author

Antonio Grillo è divulgatore storico e autore di contenuti dedicati all’età napoleonica. Attraverso Napoleone.info racconta Napoleone, l’Impero e le grandi svolte della storia con attenzione alle fonti, alla chiarezza narrativa e alla profondità storiografica.